Era stata un'esibizione magistrale, per dirla in una parola.
Erano rimasti tutti stupefatti a bocca aperta di fronte ai virtuosismi incredibili di quell'uomo pesante e ricurvo, tutti allibiti davanti a quelle note meravigliosamente giuste e perfette, eppure prodotte da quel rimasuglio di strumento, da quell'oggetto così consumato da essere a malapena riconoscibile.
Eppure.
Ma io lo sapevo.
Io, che ero lì solo per lui.
Per assistere ancora una volta al miracolo di quell'uomo consunto sulla sua seggiola tarlata, che con appena un goccio di fiato è in grado di prenderti per mano e travolgerti di sensazioni e suoni e brividi e luce e eternità istanti immagini sorrisi forme tatto e turbine, soprattutto turbine...
Non era una gara, non lo era; ma tutti gli altri artisti, con i loro strumenti di ottone lucido dentro quelle custiodie blindate, con il loro impeccabile frac e quel fiore fresco all'occhiello, tutti loro, già dal primo sospiro di nota, si erano resi conto, con lucidità ineguagliabile, che quell'uomo scolorito stava facendo qualcosa di diverso dal suonare.
Non molto più tardi, camminavo al suo fianco su per quella stradina in salita che lo avrebbe riportato alla locanda. Non ricordo di aver parlato, ricordo solo quei passi simmetrici e il suo gesto di saluto mentre s'infilava su per la stretta scala per la sua camera.
Non so dire cos'ho fatto, poi. Un incontro con i soliti scagnozzi prepotenti che scortavano all'albergo l'altro, il rivale, ferito, a rifugiarsi nella suite approntata per lui.
E poi... un'ora un istante chi lo può dire? Rumori e caos e di corsa su per quella minuscola scala scavalcando tutto e tutti, a precipizio oltre lo stipite di quella porta affacciata su un dramma disordinato e sporco.
Lui. Morto ucciso massacrato. Ma soprattutto. Finito.